venerdì 16 maggio 2008

Un Dio che si sporca le mani


Mc 9, 1-12
Dal Vangelo secondo Marco

‡ In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli. Si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e discorrevano con Gesù.
Prendendo allora la parola, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia!». Non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento.
Poi si formò una nube che li avvolse nell'ombra e uscì una voce dalla nube: «Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!». E subito guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risuscitato dai morti. Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti.


Mi colpisce molto che Gesù chieda ai suoi discepoli di stare zitti. Un episodio, quello della Trasfigurazione, che se fatto circolare, avrebbe sicuramente dato forza alla missione e convinto gli indecisi.
Come sì fa a tenere per sè una cosa così bella?
Gesù ha una sorpresa per loro...una sorpresa che sarà evidente solo dopo la Risurrezione.
Quale?

Gesù pone come elemento decisivo per "conoscerlo" il legno della croce.
Non ci basta un Dio bello e candido, circondato da nuvolette. Non è il Dio che almeno voglio io. Il Dio che amo è il Dio che si sporca le mani.
Dico una cosa ovvia, ma che a volte ci dimentichiamo: i segni dei chiodi e della lancia nel costato, non scompaiono dal suo corpo, nel momento della Risurrezione, Gesù li porta con sè. Avrebbe potuto risorgere con un corpo perfetto eppure, decide che quelle ferite lo devono accompagnare per sempre.
Non sono ferite da nascondere, ma al contrario diventano, per Cristo Risorto, un distintivo col quale farsi riconoscere (vedi episodio di Tommaso).

Detto in poche parole: in quelle ferite c'è ciascuno di noi, la nostra umanità fatta di contraddizioni e di fragili certezze, ed è di noi che non può più fare a meno. Come si fa a non amare un Dio così?

Giovanni 20,20: Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere così il Signore.

3 commenti:

Maria ha detto...

Ho scritto un commento ad un post precedente...forse, per essere letto ,deve essere nell'ultimo?
Ti chiedevo che differenza c'è tra "diffondere il Vangelo" e "condividere con altri la propria esperienza di fede".
Quale è il senso del condividere la fede se non far conoscere Gesù?

Già scritto, riscrivo qui: non sono una religiosa, nè di congregazione nè laica.
Donna, sposata, 68 anni, mio marito 77, figli, nipoti. Una professione, e...una lunga stupenda
storia dolorosa..
Don Nicola, sei un prete, un diacono...Ho visto che sei giovane.
Hai possibilità, voglia, interesse a trattare anche con cristiani anziani, provati, stanchi, delusi, e ostinati?
Non ho un blogg nè un sito: manca tempo per questo...
Comunque, grazie, ciao, buon cammino.
Silvia.

don Nick ha detto...

tra "diffondere il Vangelo" e "condividere la propria esperienza di Fede" vedo più affinità che differenze.
In fondo cosa hanno fatto gli apostoli? hanno raccontato ad altri quello che Gesù ha fatto e come loro hanno cercano di vivere gli insegnamenti del Vangelo.
detto questo ritengo che la più grande testimonianza è quella dell'esempio. Abbiamo bisogno non di maestri ma di testimoni.

Cara Silvia, il tempo spero di avercelo per tutti, quindi eccomi qua.

don Nick ha detto...

Ah, dimenticavo: sono prete da 5 anni