venerdì 18 luglio 2008

Un caso problematico: Eluana Englaro

Ho trovato un interessante articolo che parla del caso di Eluana Englaro, la ragazza in coma profondo da 16 anni a cui il padre vorrebbe togliere l'alimentazione.
L'ho trovato interessante, che ne pensate?

«Provo un sentimento di angoscia e, come medico, credo che questa sentenza svaluti completamente il senso della attività mia e della mia équipe».
Giovanni Battista Guizzetti, geriatra, da 12 anni è responsabile del reparto Stati vegetativi al Centro Don Orione di Bergamo:
«Credo che sia difficile immaginare un atto più crudele nei confronti di un essere umano innocente».

La sentenza della Corte d’Appello di Milano autorizza a sospendere alimentazione e idratazione a Eluana Englaro. Evidentemente ritiene, come voleva la Cassazione, che lo stato di incoscienza sia irreversibile. È possibile stabilire questo parametro?
Lo stato vegetativo è una condizione difficile da definire e diagnosticare. Uno studio britannico (pubblicato sul British Medical Journal) indicava nel 43^ la quota di diagnosi errate, perché la condizione di stato vegetativo può essere stabilita solo con osservazioni ripetute, non attraverso esami strumentali. E la task force di esperti che nel definito (sul New England Journal of Medicine) gli aspetti medici dello stato vegetativo ha puntualizzato che la diagnosi di permanenza non ha valore di certezza, ma è solo di tipo probabilistico. In altri termini, nessun medico potrebbe dire una parola definitiva sulla prognosi di un paziente in stato vegetativo, anche se è vero che dopo un anno dall’evento iniziale le probabilità di una ripresa si riducono progressivamente. Esistono però casi riportati di tanto in tanto di persone che si sono riprese dopo decenni.

Si fa spesso riferimento allo stato di coscienza. Come si può determinare se e cosa sentono le persone in stato vegetativo?
È praticamente impossibile saperlo. Lo scorso anno lo psichiatra Owen, di Cambridge, ha pubblicato su Nature i risultati di uno studio con la risonanza magnetica funzionale, che indicava come una donna in stato vegetativo, cui veniva chiesto di muoversi per casa sua, pur senza dare segni esteriori di capire, in realtà aveva in alcune aree corticali le stesse reazioni di un soggetto sano. Del resto anch’io ho assistito a casi di ripresa della coscienza anche a distanza di anni.

Che assistenza date ai vostri pazienti?
Non hanno bisogno di alte tecnologie, ma vengono seguiti con amore da tutta l’équipe, in particolare dagli infermieri, che li lavano, li muovono, li nutrono, li profumano, li accudiscono: portano anche le mollette per fare la permanente. Anche i parenti, che sono sottoposti a stress fortissimi, si accorgono che negli anni il nostro impegno di cura verso i loro cari non viene mai meno. Credo che tra gli scopi di un intervento medico non ci sia solo la guarigione, ma anche il mantenere in vita ed evitare peggioramenti. Comunque esploriamo la possibilità di togliere la cannula tracheale, curiamo i decubiti, studiamo terapie innovative. La nostra è una riabilitazione estensiva: si punta a migliorare il confort di una persona indipendentemente dal suo deficit e mantenerlo nel tempo.

Fondamento della sentenza c’è il ritenere l’alimentazione artificiale un atto medico che si può rifiutare. Cosa ne pensa?
Che si tratta di un artificio, non è un trattamento che possa essere sospeso per nessun paziente. Anzi, è evidente che proprio la migliore assistenza possibile (che comprende l’alimentazione) è condizione necessaria, anche se non sufficiente, per lavorare a un recupero della coscienza.
I giudici forniscono anche indicazioni pratiche: togliere il sondino nasogastrico in un hospice, somministrare sedativi, idratare le mucose e prevenire «l’eventuale disagio da carenza di liquidi», curare l’igiene e l’abbigliamento.

Che cosa vogliono dire?
La morte per disidratazione è dolorosa. Quindi si pensa di dare morfina. E il riferimento all’hospice è indicativo: non è una paziente terminale, viene obbligata a diventarlo. Ma se lavorassi in un hospice, mi ribellerei dicendo: qui non ammazziamo la gente. Non si può chiedere questo a un medico, e poi dire che la paziente può avere il rossetto. Quanto al sondino nasogastrico, mi meraviglio che dopo tanti anni non le sia stata praticata la Peg, intervento minimamente invasivo ma che evita inutili sofferenze.

I medici quindi potrebbero ricorrere all’obiezione di coscienza?
Direi di sì perché si tratta di un’azione malvagia: non riesco a definire diversamente l’uccisione di un essere umano innocente.

6 commenti:

Anonimo ha detto...

IO VOGLIO FARE IL DOTTORE. Rendermi utile. L`ho detto e lo ripeterò sempre che il tentativo di salvare qualcuno è un tentativo di salvare noi stessi. Forse il mio è anche un amore anche egoista, affogare nel dolore degli altri per non pensare ai miei problemi. E' l'unica cosa che mi fa sentire meglio saper di essere d'aiuto a qualcuno. Per salvare una vita è necessario innanzitutto amare la propria e la bellezza stessa dell`esistenza, dell`alzarsi ogni mattina anche se dentro o fuori piove. Essere medici significa vivere col dolore e non averne paura, portare il sole a chi non ha la possibiltà di alzarsi dal letto e la luna a tutti coloro che ogni notte sono in bilico tra la vita e la morte.
Bisogna avere coraggio, bisogna essere coscienti di avere un grande potere tra le mani. Si, il medico ruba il dolore e i sorrisi di persone che sosteranno nella sua vita per poco e poi lasceranno spazio ad altro. Ruba la grazia di chi sarà riconoscente a vita per quell’operazione o per quel soccorso. Il medico sa dare il giusto peso e valore alle cose senza aggrapparsi alle piccolezze, perché c’è sempre qualcosa che va oltre. Sempre. Un sorriso oggi, Greta

Anonimo ha detto...

Giustamente il caso di Eluana è definito problematico.
Ma io sono dalla parte del padre e di Eluana, che aveva dichiarato - quando non era solo un povero corpo privo di coscienza di non voler essere attaccata alle macchine.
Credo che - al di là delle rispettabili posizioni di fede (che sono personali e, in quanto personali, indiscutibili) si debba discutere dei rischi dell'accanimento terapeutico. Una volta certe misure rianimatorie sarebbero state impensabili e casi tragici come quello di Eluana non possibili.
Credo che ci si debba interrogare sul senso di interventi che non vanno a favore di nessuno - nè del malato, condannato a un'esistenza puramente biologica, né della famiglia, condannata ad un dolore interminabile.
Credo che sia sensato immaginare che - come nel caso della dichiarazione di volontà per la donazione di organi - ci si possa esprimere. So che per gli uomini di fede è difficile da accettare ma penso che bisognrebbe cominciare a discuterne. Con rispetto per tutti. Senza anatemi. Senza posizioni preconcette. Né da una parte né dall'altra. Sono temi troppo seri. Eeka

Paolo ha detto...

Mi chiedo: perchè c'è tanto accanimento nel farla morire? Eluana non ha nessun trattamento medico! Riceve solo cibo e acqua... proprio come un neonato verso il quale non ci chiediamo se sia vita anche se la sua vita dipende totalmente dagli altri.
Si dice: Eluana quando era giovane ha detto... Beh mi auguro che nessun prenda troppo sul serio quello che anche io ho detto quando ero giovane...

don Nick ha detto...

Grazie Greta per ciò che scrivi e grazie anche a Eeka. Faccio solo alcune sottolineature senza divagare troppo.

Eluana non è attaccata a nessuna macchina e non riceve nessun medicinale.
Detto questo, occorre dire che non si può parlare di "accanimento terapeutico" per il semplice motivo che non c'è nessuna terapia o farmaco da interrompere. Quotidianamente viene svegliata alla mattina (avendo normali cicli di veglia e di sonno), viene lavata, riceve massaggi in palestra e, condotta in giardino, viene condotta su una carrozzina per il parco dell’ospedale. In tutto questo viene nutrita attraverso un sondino, non potendo farlo autonomamente.
Togliere acqua e nutrimento ad una persona significa ucciderla lentamente, una agonia che può durare diversi giorni anche per una persona nella situazione di Eluana.
Detto questo mi vengono in mente alcune domande dettate dal beneficio del dubbio:
- Siamo sicuri che Eluana non abbia col tempo cambiato idea e ora voglia vivere, serena e inconsapevole della propria situazione?
- Siamo sicuri che non provi niente e non senta niente?

luciano ha detto...

E' vero: si tratta di vicende dense di problemi, drammatiche, difficili.
Situazioni nella quali è arduo (forse impossibile) tracciare con sicumera il confine tra giusto e sbagliato, tra lecito e illecito. Io penso (e lo dico da cristiano valdese) che la vita NON sia solo una questione biologica e organicistica, che l'essere umano non sia solo un corpo la cui esistenza debba venir prolungata il più possibile sempre e comunque. Eppure penso che noi siamo anche il nostro corpo e che abbiamo diritto, in certe condizioni, di decidere liberamente che la nostra vita è insostenibile, che il carico di sofferenze che essa ci sta causando è intollerabile. Qual'è il punto di rottura di questo carico? Non esiste una risposta valida sempre, per tutti, in ogni circostanza. Ecco perchè trovo s/pietata e ipocrita la posizione delle gerarchie vaticane (che negano i funerali a Welby ma concedono gli onori a Pinochet, che rifiutano la comunione ai divorziati ma poi seppelliscono nella Basilica il boss della banda della Magliana, che lanciano anatemi contro persone che soffrono ma poi Giovanni Paolo II si oppose all'accanimento terapeutico nei propri confronti).
Me ne rendo conto: vivere nel dolore o a contatto con il dolore è terribile e straziante. E perciò sinceramente stimo e apprezzo l'opera di chi (come lei, don Nicola) si prodiga al fianco dei malati. Ciò non toglie che le rigidità dogmatiche delle gerarchie mi ripugnino. Invece Dio non ha voluto e non vuole la nostra sofferenza, in nessun modo noi acquistiamo meriti perchè soffriamo, in alcun modo il dolore è una benedizione divina (anche se può esser strumento di crescita e di consapevolezza). Gesù, i malati li guariva: non prolungava le loro sofferenze imponendo loro di subire. E nemmeno si comportava come quell'anestesista obiettore che a Milano ha rifiutato gli analgesici a una donna che stava abortendo.
In ogni caso, un cordiale saluto da luciano / idefix
http://lucianoidefix.typepad.com

Anonimo ha detto...

il caso di Eluana Englaro mi angoscia come puo pensare il padre di smettere di nutrirla che fastidio gli può dare in quel letto non c'è l'ha nemmeno in casa
La lasci in pace che sia Iddio a decidere quando sarà il suo momento